Una domanda imbarazzante (III dom. di Avv., Anno B, Gv 1,6-8.19-28)

Una domanda imbarazzante, personale, intima: chi sei tu? Riguarda l’identità, abbraccia quel delicato rapporto che esiste tra ciò che una persona sente di essere dentro se stessa e ciò che appare fuori. Per saper rispondere con verità a questa domanda bisogna aver fatto un profondo cammino con se stessi, un percorso severo di conoscenza del proprio cuore, dei propri desideri e delle proprie aspettative. E’ facile, a volte più comodo, ingannare se stessi, darsi mete sbagliate oppure voler diventare quello che gli altri si aspettano, essere persone con una maschera sociale che corrisponde alle attese di una folla, recitare una parte che non si riconosce come propria, ma che si assume perché ottiene successo (d’altra parte, la parola “persona” nel mondo latino indicava proprio la maschera dell’attore).

Nel film Forrest Gump il protagonista assume la parte del capofila di una folla che comincia a correre dietro di lui, soggiogata dall’apparente convinzione con cui Forrest sembra dirigersi verso una meta che, in realtà, non esiste; basta che lui si fermi un momento, perché è stanco, e tutti restano smarriti, senza più punti di riferimento. Tante volte anche noi, anziché seguire il nostro cuore, ci lasciamo trasportare dalle aspettative e dai desideri degli altri, rischiando di costruire una vita che non è la nostra.

Ed è questa anche la tentazione a cui è sottoposto Giovanni il Battista quando gli chiedono: «chi sei tu?». Egli sa cosa tutti si aspettano da lui, di quali attese hanno caricato la sua predicazione. Potrebbe accontentarli; in fondo le folle sono tutte dalla sua parte. Ma lui, sebbene l’identità del Messia non si sia ancora chiaramente mostrata, non bara con se stesso. E poi, l’incontro personale con Gesù, il misterioso battesimo che Egli chiede di ricevere, la potente teofanìa sul Giordano, ecco: gli tolgono ogni dubbio. Allora abbandona ogni remora. La «voce di uno che grida nel deserto» (Gv 1,23) riconosce la Voce della Parola Eterna, quella Voce che già da bambino l’aveva fatto sussultare nel grembo di sua madre Elisabetta. Perciò lo indica risolutamente: «Ecco l’Agnello di Dio, ecco colui che toglie il peccato del mondo» (Gv 1,29). Nessuna pretesa, nessuna arroganza: chi è veramente se stesso raggiunge lo scopo della sua vita. Giovanni sa di non essere lo Sposo atteso da Israele, eppure è felice di presentarsi come amico dello Sposo che «esulta di gioia alla voce dello sposo» (Gv 3,29). La Chiesa Sposa, perciò proclama insieme a lui, nella liturgia: «Beati gli invitati alla cena del Signore. Ecco l’Agnello di Dio!». La Parola di Dio, per incarnarsi nella storia, ha sempre bisogno di una voce; oggi della nostra, come allora di quella di Giovanni. La Voce grida, annuncia il giudizio, accoglie il pentimento; grida nel deserto, crea il luogo del fidanzamento, dell’incontro tra Dio e il suo popolo. La Voce grida e impone il silenzio necessario all’ascolto. Così può parlare la Parola di Dio, può scendere come pioggia lieve e operare ciò per cui è stata mandata; così il deserto del cuore, accogliendola, può fiorire, e portare in ciascuno il frutto dell’Amore.

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