Il Blog di Don Liborio Palmeri
Anno ACommenti Biblici

Dove sono oggi Zabulon e Neftali? (Anno A, terza domenica del Tempo Ordinario: Giona 3,1-5.10; 1 Cor 7,29-31;Mt 4,12-23)

L’evangelista Matteo è il più attento a collegare le profezie dell’Antico Testamento ai gesti e alle parole di Gesù, che ne rappresentano il compimento.

In questa domenica (4,12-23) egli cita un lungo passo del profeta Isaia su Zabulon e Neftali collegandolo al fatto che Gesù, dopo l’arresto di Giovanni Battista, decide di lasciare Nazareth e stabilirsi a Cafarnao, un villaggio del territorio di Zabulon e di Neftali. Per l’evangelista questo trasferimento non può essere casuale.

Cerchiamo allora di cogliere quale possa essere il significato spirituale di questa coincidenza. Partiamo da un dato storico: quando il popolo di Israele attraversò il Giordano, le sue dodici tribù si distribuirono nella terra promessa occupando ciascuna una parte del suo territorio. Alle tribù di Zabulon e Neftali toccò la parte più a nord, potremmo dire la periferia della terra promessa, nel territorio della Galilea, che si trovava a diretto contatto con le popolazioni straniere e che era via di attraversamento per giungere al mare fino al porto di Cesarea. Era dunque un territorio contaminato, multiculturale e – diremmo oggi – multireligioso. Pertanto era più difficile mantenere la fede dei padri e i culti pagani più facilmente si mescolavano alle pratiche religiose della fede di Israele in Jahvè. Per questo Zabulon e Neftali venivano accomunati da un unico termine identificativo: Galilea delle Genti!

Ebbene Gesù non comincia la sua missione a Gerusalemme, che sarà invece il punto di arrivo; egli parte proprio dalla frontiera, da quel luogo che storicamente era stato il più umiliato da invasioni di tipo politico, religioso e culturale. Così il luogo più oscuro riceve per primo la luce di Cristo, che coincide con il suo invito alla conversione: «Convertitevi, perché il regno dei cieli è vicino» (Mt 4,17).

Questo è stato anche il metodo della Chiesa dei primi secoli. Essa non ha avuto paura di annunciare il Vangelo di Cristo nei crocevia culturali dei pagani: Atene, Efeso, Corinto, Roma, andando anche nelle loro periferie; e lì i primi a convertirsi furono gli schiavi e i soldati.

Il Vangelo non deve esitare ad attraversare le zone più impervie della cultura e della storia. Anche oggi esso è vitale e cresce solo dove questo rischio è ancora vivo, dove a volte diventa un rischio per la propria vita. Tutti i tentativi di adattamento del Vangelo al pensiero della modernità se, in un primo momento, sembrano facilitare il dialogo, alla fine invece lo svuotano di profondità.

Nel rispetto pieno dell’altro, il Vangelo, per noi che crediamo e per quelli che non credono, deve rimanere un segno di contraddizione, una spada che tocca e ferisce il cuore e raggiunge la profondità di tutte le umane inquietudini. Quando il Vangelo diventa piacevole, allora è diventato inutile. La crisi spirituale del nostro tempo nasce dal fatto che si preferiscono scelte comode, politicamente corrette, che salvano la forma, diventata un guscio che non contiene più la sua sostanza. Dove tutto è luce (artificiale), mancano le sfumature, i contrasti e le ombre che rivelano lo spessore delle cose e la profondità degli spazi. Allora forse Zabulon e Neftali sono dentro di noi, nei luoghi del nostro cuore che vivono l’umiliazione di sconfitte e delusioni, dove si addensa il buio e il male di vivere, la mancanza di un senso, la paura di credere e di abbandonarsi alla logica radicale del Vangelo che invita a lasciare tutto.

Ecco, oggi il Signore vuole ricominciare dalla Galilea delle Genti, per donare la vera luce all’oscurità e perché in noi cristiani torni  la gioia della salvezza, quella dei primi discepoli, la gioia di lasciare a riva le reti delle nostre sicurezze per seguire Lui nella ben più difficile pesca dei cuori umani affaticati e stanchi.

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