La vita dei trappisti ovvero il cosmo di Tamiè

Ricordo la proiezione in un cinema di Palermo del Grande silenzio, un film in cui per quasi tre ore si sentono solo i rumori della natura e quelli provocati dai gesti quotidiani dei monaci (dal prendere l’acqua al cantare nel coro) nella Grand Chartreuse vicino a Grenoble. Solo negli ultimi cinque minuti del film si sente parlare un monaco, il più anziano, cieco, le cui parole, dopo tutto quel silenzio, trafiggono l’anima come una lama, lasciando un segno indimenticabile, cosicché i sensi escono da quel film come risanati e rinvigoriti dalla conoscenza della vita monotona, ma perfettamente ritmata, di quei monaci certosini… Il regista di quel film ha avuto  il permesso di entrare nella Certosa dopo 16 anni dalla sua prima richiesta, ha vissuto da monaco con i monaci e li ha seguiti con la cinepresa nella vita di ogni giorno, ne ha tratto un film-reportage asciutto e godibile… godibile per chi ama il silenzio, il ritmo, la ripetizione… se infatti alcuni, vedendo il film in sala, si sono totalmente immersi nella vita dei monaci, altri, dopo mezzora se ne sono andati, chiedendo anche il rimborso del biglietto per un film che per loro non era un film (Il film perfetto, dovete sapere, è: americano, per metà fatto di dialoghi e per l’altra metà di inseguimenti accompagnati da una musica incalzante, con almeno una sparatoria, almeno un morto, e l’amico  del morto, di solito un detective, che si innamora della vedova, prima non ricambiato, ma poi…!).

Tornando ai nostri monaci, ho vissuto un’esperienza simile al regista del Grande Silenzio nell’agosto di quest’anno 2013; esperienza ripetuta, avendola già fatta otto anni fa… 30 giorni con i 30 monaci della trappa di Tamiè (i miei trappisti!), in Francia, sui monti meravigliosi dell’Alta Savoia, appena al di là delle Alpi, tra la Belle Etoile e Mont Sambuy. Tamiè è famosa in Francia per la produzione di un pregiatissimo formaggio (la birra è prodotta dai trappisti belgi, meglio precisare!), ma, ultimamente, anche per due suoi novizi, i due fratelli Christophe e Paul, martiri del gruppo dei sei trappisti decapitati a Tiberhine in Algeria. Non avevo alcuna cinepresa, il mio scopo era solo di vivere con i monaci, ma i miei occhi e la mia mente hanno registrato alcune forti impressioni…

I trappisti, provenienti dalla tradizione cistercense (quindi benedettina) secondo la riforma attuata nell’abbazia di La Trappe poco prima della Rivoluzione Francese (1789), diversamente dai certosini, fanno una vita comune più intensa, stanno praticamente sempre insieme, ma in silenzio… Hanno celle piccole, solo per dormirci, per il resto pregano insieme nel coro, meditano insieme nello scriptorium, ascoltano insieme nella stanza del “capitolo”, mangiano insieme nel refettorio e lavano insieme i piatti (un fracasso assordante, in quel silenzio!), finanche i servizi igienici sono in comune…e da un po’ di tempo anche la saletta internet-point. La loro vita comprende pressappoco lo stesso numero di ore di preghiera e di lavoro (circa quattro dell’una e dell’altro) secondo la regola del padre san Benedetto: ora et labora 

Vi faccio entrare con me, per un momento, nella strana vita dell’abbazia di Tamiè, vi faccio incontrare i miei amici trappisti, almeno con le parole. Nella trappa, infatti, tutto acquisisce una dimensione diversa; capisci, per esempio, che il silenzio viene prima della parola ed è il grembo della parola; per noi, di solito, avviene il contrario, siamo costretti a cercare il silenzio in mezzo a tanti rumori e a tante parole… eppure in principio c’era il Silenzio, e in quel Silenzio Dio ha parlato, «Sia la Luce! E la luce fu…».  E’ da quel Silenzio cha nasce lo stupore di Dio nel vedere cosa aveva fatto: «vide che era bello!». Nel silenzio poche parole acquistano un peso enorme e se ne percepisce maggiormente il valore costruttivo, ma anche distruttivo… (la nostra parola è ferita dal peccato originale!). Al contrario nel silenzio abbaziale diventano più leggibili quelli che la psicologia moderna ha riscoperto, cioè i linguaggi non verbali (i trappisti sono famosi per questo, dovendo comunicare quanto più possibile in silenzio)… scopri allora che il corpo ha codici linguistici molto più complessi del codice fonetico e che li esibisce spontaneamente. Perciò quando ho chiesto ad un monaco qual è la cosa più difficile nella vita dei trappisti, mi ha risposto:«il perdono!». Quanto ci si può ferire con un movimento della fronte! Noi, abituati agli insulti televisivi, alle liti per il posteggio, alle invettive reciproche su facebook, non ci poniamo più neanche il problema… perdonarsi dopo che ci si è insultati? dopo che ci si è offesi? Lo sfondo silenzioso della vita comune e il pericolo di offendere l’altro anche solo con un gesto, costringe invece ad  un affinamento della propria espressività, che si avvicina, nel tempo, sempre più, a quello che Gesù comanda nel Vangelo: «Il vostro parlare sia “sì sì, no no”, il resto viene dal maligno».

In questo silenzio così complesso trovano un loro ordine ben preciso il tempo e lo spazio. 

Il suono della campana scandisce le ore principali della preghiera, sette, secondo il suggerimento della Bibbia e degli antichi Padri… Non c’è cosa da fare, nell’abbazia, che non abbia un suo tempo preciso… Inizialmente la sensazione è che, in questo modo, tutto venga continuamente interrotto, poi ti accorgi che non viene interrotto, ma viene semplicemente protetto dal pericolo della dismisura… Così la preghiera avviene molte volte, ma non è mai troppo lunga ed è tutta cantata con molto impegno (meravigliosamente cantata), così non arrivi mai ad annoiarti; anche nelle vigilie della notte, che cominciano alle quattro e finiscono dopo le cinque, avviene l’interruzione di un quarto d’ora per la preghiera individuale e silenziosa, così non hai il tempo di annoiarti, e neanche di… addormentarti, perché sei comunque insieme agli altri: prova a russare e vedrai!… Il lavoro ha i tempi giusti per poter cominciare una cosa e per finirla, non c’è tempo per discutere di cose inutili… così ogni cosa trova il suo tempo, senza il dèmone della fretta, fino alla compieta delle otto di sera, e il crollo nel letto alle 20.30… Eppure, in un mese che sono stato lì, i monaci hanno trovato il tempo per due conferenze di Storia dell’arte, una sul funzionamento del laser (sic!), e nella riunione plenaria al “capitolo” presieduto dall’abate (un quarto d’ora al giorno!) hanno commentato un libro di Rogers sullo sviluppo della personalità e invitato a parlare due vescovi, un eremita di passaggio e il rettore della Pontificia Università Gregoriana (niente male per gente considerata così fuori dal mondo)… e a tavola lettura di pagine sull’economia mondiale tratte dalla stampa specializzata, ve l’aspettavate?

Anche lo spazio ha un suo ordine che non lascia nulla all’iniziativa individuale… Se la scelta iniziale è democratica, decisa dalla maggioranza, l’osservanza della regola è assoluta… Dovendo tutti, a rotazione, trovare ogni cosa al suo posto, il posto di ogni cosa è il proprio, e nessuno può arbitrariamente cambiarlo…persino la posizione delle brocche in refettorio è fissa, in modo da evitare rumori inutili nel cercarne il manico…  In questo modo però si trae un senso di sicurezza, si sa che ogni cosa ha una sua collocazione, un suo responsabile… c’è un posto anche per dirsi le cose… se uno ha necessità di dire qualcosa a qualcuno, non gliela dice subito incontrandolo, ma lo conduce nel luogo apposito, visibile a tutti, dove potrà parlargli… così è quando ci si devono scambiare alcune informazioni per il lavoro, così è dopo pranzo per risolvere alcuni problemi pratici urgenti o per chiedersi scusa se qualcosa non è andata bene… 

In questo modo ogni cosa ha anche una sua attenzione, qualcuno che se ne prende cura quotidianamente…

Io ho lavorato molto nel giardino (assolutamente biologico e pieno di meravigliose erbe medicinali) e mi ha colpito, ad esempio, la cura assoluta messa dai trappisti nell’estirpare sul  nascere le erbe cattive (magari facessimo così con la nostra anima!)…

Conclusione! 

Se leggiamo Mircea Eliade, per esempio il suo piccolo saggio intitolato Il sacro,  scopriamo che il sacro si manifesta nell’ordine che una comunità umana riesce a dare al tempo e allo spazio… Per uscire dal caos bisogna avere un centro che determina le coordinate dello spazio, dentro cui ogni cosa trovi il suo senso; anche il tempo, nell’avvicendarsi delle stagioni, ritma la vita dell’uomo sui momenti giusti per fare ogni cosa… Anche la ripetizione, secondo Eliade, costruisce il cosmo, un’armonia dentro cui l’uomo trova il suo benessere… In un’abbazia come Tamiè il tempo e lo spazio, e la ripetizione nel tempo degli stessi gesti semplici, ma necessari, negli stessi luoghi, quelli opportuni, fa respirare questo senso del sacro riempito dalla fede cristiana e orienta la vita verso il Cosmo ultimo, in cui spazio e tempo, in Cristo, non avranno più motivo di esistere perché diventati Infinito ed Eternità.

Accostandoci ad esperienze come quella dei monaci trappisti è più facile capire (e doloroso) quanto il caos in cui si svolge la nostra vita quotidiana sia in fondo tremendamente collegato alla sua perdita di sacralità, e, quindi, per finire, al tragico impoverimento del suo senso… Che abbia origine da questo caos senza centro una certa strisciante disperazione contemporanea?

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