La morte, sigillo di verità! (Anno B, quaresima, Domenica delle Palme, Mc 14,1-15,47)

Viaggi, dispute pubbliche, incontri con le folle, dolce intimità con i discepoli: poi, improvvisa, l’ultima, definitiva, mortale solitudine. A partire dal suo arresto Gesù rimane solo; tradito, insultato, deriso, percosso, ma mai insolente, mai codardo, né mai assente rispetto agli avvenimenti che lo conducono inesorabilmente verso la morte. Nel Getsèmani Egli fa i conti con tutta la sua storia, con tutte le conseguenze che i suoi gesti, le sue parole hanno provocato in mezzo al popolo e davanti alle autorità del suo tempo, decise a non perdere nulla del proprio potere. La sua anima è turbata, sprofondata nella paura e nell’angoscia, la sua carne umana sente il brivido della morte vicina; eppure, una forza ben più grande lo sostiene e lo spinge ad essere quello che è, coraggiosamente, senza mutamenti, senza ripensamenti.

Davvero la morte sigilla la verità di una persona; perciò la morte di Gesù è diventata, per le sue modalità, un paradigma universale di inaudita coerenza. Se ne accorge anche il centurione pagano, che, vedendolo morire in quel modo, non può fare a meno di esclamare: «Veramente quest’uomo è figlio di Dio!» (Mc 15,39).

In quella solitudine umanamente straziante Gesù mostra la stessa personalità di sempre, la personalità di un uomo che non è mai solo. Su questo dovremmo profondamente riflettere. Noi viviamo in una società che non capisce e non ama la solitudine. Siamo tutti social, collegati tra noi da fili esilissimi, spesso da freddi messaggi digitali trasmessi dai nostri cellulari, riempiti di emoticon con cuori, baci, abbracci, quasi a voler trasmettere emozioni che invece solo la voce e il contatto possono veramente stabilire; e si avverte una profonda insicurezza, una grande instabilità emotiva, una difficoltà a comprendere i cambiamenti in una linea continua di vita. Gesù sta molto con gli altri, ma decide anche di starsene da solo. I suoi gesti comunitari promanano da convinzioni maturate nella preghiera, da lui confrontate con la volontà del Padre.  La via della croce non è una sciagura che gli piomba addosso all’improvviso, ma è un percorso che egli stesso ha già intuito e diverse volte ha annunciato ai suoi discepoli: «Il Figlio dell’uomo deve soffrire molto, essere rifiutato dagli anziani, dai capi dei sacerdoti e dagli scribi, venire ucciso e risorgere il terzo giorno» (Lc 9,22). Nella solitudine liberamente scelta, Gesù ha imparato a guardarsi  dentro per trovare la compagnia amorosa del Padre che gli rivela la sua missione. Abbandonato da tutti, egli rivendica sulla croce l’unica relazione davvero necessaria: «Padre, nelle tue mani consegno il mio spirito» (Lc 23,46). Dinanzi alla morte riusciremo noi ad avere questa stessa confidenza? Riusciremo ad abbandonarci a Lui con la stessa fiducia di Gesù? Ma forse la domanda da farci è un’altra: «Che confidenza abbiamo con Lui, qui, ora? Quale direzione e quale senso della nostra vita riceviamo oggi dal suo Amore»? Solo un futuro generato da questo presente può aprirsi alla speranza dell’eternità!

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